Fatìma: riscrivere la propria storia

Parlare con Fatìma ad occhi chiusi, fa uno strano effetto: l’ossessione per la puntualità e l’etica calvinista del lavoro, con quell’accento così marcatamente bergamasco richiamano una storia da stereotipo simil-prussiano. Basta poi riaprirli per notare un’altissima guerriera d’ebano. Racconta della sua unicità con orgoglio, ma non nega la fatica nel districarsi tra i rapporti tra storia e futuro.

In Italia frequentava l’università, aveva una vita ricca ed era innamorata di un ragazzo, finché un giorno la madre la portò in Senegal con una scusa, per poi nasconderle i documenti. La voleva vicina alla storia della famiglia. Riuscì a contattare il ragazzo e a farsi raggiungere, così la sorella convinse la madre a chiuderla in una scuola islamica. “I primi mesi li ho vissuti sotto torchio per via della mia cristianità – Io Maometto non lo conosco – gli dicevo – io conosco Gesù, lasciatemi col mio Gesù – Mi ripetevo le frasi che diceva sulla croce per darmi forza, poi però non ce l’ho fatta più ed adesso non so più in cosa credere… mi hanno lasciata senza Dio”.

Finito l’anno scolastico, tornò dalla famiglia e rimase incinta di un ragazzo senegalese che oggi è suo marito. Atterrata in Italia, si ritrovò ad aspettare anche un’altra figlia, e al contempo ad avere problemi con i documenti.  Sola, con una bambina in braccio, lontana dal marito e dal primo figlio ma nell’impossibilità di tornare in Senegal. Ancora una volta nella terra in cui era cresciuta. Ancora una volta né italiana né senegalese. Ancora una volta con una storia da riscrivere. Si è ritrovata in un centro di accoglienza, dopo essere nata e cresciuta con gli altri italiani, e ha trascorso 2 anni tra lavoretti saltuari. È lì che inizia la nuova storia, quando la segnalano per il progetto Augeo. Viene accolta all’interno di Casa Betania e ciò le permette di rifiatare e stabilizzare lei e sua figlia, sia fisicamente che emotivamente.

“È il supporto e l’affetto che ho ricevuto che mi hanno aiutata, ancor più che un dato corso o uno stage”.

Ad Augeo brilla. È la prima a completare i compiti assegnati, si fa riconoscere positivamente durante gli incontri. Inizia il suo tirocinio presso lo studio di un commercialista, dove fa grandi esperienze e gestisce contatti con molteplici associazioni e presso il quale organizza autonomamente un seminario. Oggi, insieme al corso per Assistente educativo culturale (AEC), che sta seguendo sempre grazie ad Augeo, è riuscita a farsi notare per il suo francese e svolge un secondo lavoro nell’ambito dell’interpretariato.

Il corso AEC, che la avvicina al mondo della scuola, le è stato offerto seguendo le sue inclinazioni e capacità, e fa parte di un piano più ampio: volendo investire su sé stessa, si sta infatti impegnando ad ottenere un lavoro che spera le darà una solidità economica sufficiente da potersi permettere un ultimo grande sogno: iscriversi ancora all’università, “Filologia classica, moderna e comparata”, e poter poi diventare professoressa di italiano e storia. Continua nel frattempo a districarsi tra il far crescere la figlia e la lotta burocratica (ed umana) per permettere al resto della sua famiglia di raggiungerla. Un sogno neanche concepibile 2 anni fa. Ma Augeo significa proprio accrescere, sviluppare, scrivere una storia diversa da quella che credevi incisa nella pietra.

Fatima ripete che il senso profondo dell’aiuto ricevuto, sia stato nel “superare le bastonate prese”. La stessa responsabile del progetto, che tanto l’ha aiuta a crescere ed affermarsi, fatica a capire come lei non si accorga di quanto sia straordinaria la mole di lavoro quotidiano cui si sottopone  e la quantità di successi che raggiunge. Ma Fatìma non dà peso a tutto ciò. È solo un percorso, non diverso da quello iniziato in Augeo l’anno prima, lo dice lei stessa, ha degli obiettivi molto chiari in testa e la carica la prende da una mente inarrestabile ed un cuore colmo d’amore per i figli.

 

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